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Castronovo di Sicilia

Descrizioni

Sambuca di Sicilia è uno splendido borgo di origine araba in provincia di Agrigento. Adagiato su una collina, è immerso nella Valle del Belice, tra Agrigento e Palermo. È il terzo comune siciliano a vincere il titolo di Borgo più bello d'Italia, dopo Gangi nel 2014 e Montalbano Elicona nel 2015. Il borgo siciliano di Sambuca è uno dei più affascinanti della nostra isola. Contiene ancora tracce di origini arabe e offre un perfetto mix di storia, natura e cultura. La sua bellezza gli è valsa nel 2016 il titolo di "Borgo dei Borghi".

Note storiche

Il Comune di Sambuca di Sicilia, che si trova a pochi chilometri dal mare di Menfi, Sciacca e dal Parco Archeologico di Selinunte, vanta una storia antichissima, che affonda le sue radici negli anni della dominazione araba. La storia della Sambuca di Sicilia è antichissima. Stili ed epoche si sono intrecciate, di cui conserva ancora i segni. Sul Monte Adranone si può vedere il complesso archeologico del IV secolo a.C. e l'antico casale arabo nella zona del resort.

Secondo fonti storiche fu fondata dall'emiro Al Zabut subito dopo lo sbarco arabo in Sicilia nell'827.

Una testimonianza vivente di questa origine è l'intero quartiere dei "Vicoli Saraceni", trasformato in un museo di storia arabo-siciliana. Di origine araba è anche la fortezza chiamata Mazzallakkar, sul Lago Orange, che si trova a sud, nella valle dei mulini.

La fortezza Mazzallakkar è un posto molto speciale per un motivo: periodicamente, quando il livello dell'acqua del Lago Orange si alza, viene sommerso.

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La tesi che la città di Crastus avesse la sua sede sull'altopiano di Kassar trova riscontro nel riferimento storico che ricorda Falaride pneumatico di Agrigento, che per consolidare ed espandere il territorio agrigentino verso la zona settentrionale dell'isola lungo il corso del fiume Platani, fece costruire una fortezza che segnava il confine tra i territori cartaginesi, agrigentini e siracusani. Questo rappresenterà il primo nucleo di quella denominabile rocca Krastus, con significato etimologico greco, che indica un luogo particolarmente fortificato e ricco di pascoli e di acqua, di cui sono ancora identificabili le fondamenta. Le origini di Krastus dovrebbero essere fatte risalire al VI secolo a.C.. Nel 456 a.C. la cittadina fu teatro di una potente battaglia tra gli eserciti agrigentini, Imeresi e Geloni per il possesso della rocca. Nel XIX secolo il professor Cavallaro rivelò la pianta della vasta città, misurando il perimetro di oltre 5500 metri, e individuando anche una serie di torri poste in punti strategici per rafforzarne la sicurezza. (*) Nello studio delle antiche strutture rupestri della valle del Platani ad opera di Vittoria Giustolisi, la ricostruzione del tracciato dell'Itinerarium Antoniti Augusti, che in epoca romana collegava Palermo e Agrigento, aveva come obiettivo principale l'individuazione dei primi tre stationes dell'itinerario, partendo da Agrigento, e il riconoscimento dell'antica città di Petra, che potrebbe essere collegata, come si sarebbe potuto sostenere, con lo stato petrina. La probabile collocazione di quest'ultimo nell'area archeologica che si estende per circa nove ettari intorno al casale di San Pietro, ha convinto il ricercatore che gli antichi stanziamenti che gravitano intorno all'odierno abitato (colle di San Vitale, il Cassaro e il sito stesso di Castronovo) sono quelle in cui va vista la città antica, ipotesi alquanto rivoluzionaria. La città è citata da diversi storici antichi; Diodoro riferisce che i Petrina, dopo la conquista di Palermo nel 254 a.C., dopo aver cacciato i Cartaginesi, consegnarono la città ai Romani. Cicerone annovera Petra come la città che subì i soprusi di Verra. Petra è, invece, identificata quasi all'unanimità in una zona vicino a Petralia.

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Storia
Parlare di Castronovo è come aprire una bara. Al suo interno, infatti, è custodito un vero e proprio tesoro, rappresentato da una storia ricca di fatti ed eventi che l'hanno sempre vista protagonista in tutte le fasi che hanno caratterizzato le vicende dell'isola. Le lontane origini di Castronovo di Sicilia sono confermate dall'esistenza di un insediamento arcaico costituito da abitazioni trogloditiche in contrada Grotte, sulle rive del fiume Platani, riconducibile al popolo Sicano. La prima esplorazione scientifica di questi insediamenti, almeno in tempi recenti, risale al 1743, ad opera dello storico locale Vito Mastrangelo. Secondo la descrizione dello studioso, sembra che le pareti di alcune grotte presentino segni geroglifici. Nella grotta più grande, dove sgocciolano gocce d'acqua, germoglia il Calpevenere, da cui la grotta prende il nome, in essa sono evidenti sedili scavati nella roccia. L'espansione militare di Agrigento e il conflitto della stessa con Siracusa e Imera, costringerà l'indifesa popolazione sicana a spostarsi dal quartiere delle Grotte all'altopiano del Cassaro, un sito più sicuro ed inespugnabile che dall'alto dei suoi 1100 metri si affaccia sull'attuale abitato centro. Nasce così la città di Krastus. Secondo una recente e rivoluzionaria teoria, questi potrebbero essere i luoghi in cui sorgeva l'antica città di Petra *.

La tesi che la città di Crastus avesse la sua sede sull'altopiano di Kassar si riflette nel riferimento storico che richiama il pneumatico Falaride di Agrigento, che per consolidare ed espandere il territorio agrigento verso la zona settentrionale dell'isola lungo il corso del fiume Platani, fece costruire una fortezza che segnava il confine tra i territori cartaginese, agrigentino e siracusano. Questo rappresenterà il primo nucleo di quella roccaforte denominabile Krastus, con significato etimologico greco, che indica un luogo particolarmente fortificato con abbondanza di pascoli e acqua, di cui sono ancora identificabili le fondamenta. Le origini di Krastus dovrebbero essere fatte risalire al VI secolo .C .. Nel 456 .C. il paese fu teatro di una potente battaglia tra gli eserciti agrigentini, Imeresi e gelate per il possesso della fortezza. Nell'Ottocento il professor Cavallaro rivelò la pianta della vasta città, misurando il perimetro di oltre 5500 metri, e individuando anche una serie di torri poste in punti strategici per rafforzarne la sicurezza. (*) Nello studio delle antiche strutture rupestri nella valle dei Platani di Vittoria Giustolisi, la ricostruzione del tracciato dell'Itinerarium Antoniti Augusti, che in epoca romana collegava Palermo e Agrigento, aveva come obiettivo principale l'individuazione dei primi tre le stazioni dell'itinerario, a partire da Agrigento, e il riconoscimento dell'antica città di Petra, che potrebbe essere collegata, come si potrebbe sostenere, con lo stato Petrina. La probabile ubicazione di quest'ultimo nel sito archeologico che si estende per circa nove ettari intorno al casale di San Pietro, ha convinto il ricercatore che gli antichi stanziamenti che gravitano attorno all'odierno paese (colle di San Vitale, il Cassaro e lo stesso sito di Castronovo) sono quelle in cui va vista la città antica, ipotesi abbastanza rivoluzionaria. La città è citata da diversi storici antichi; Diodoro riferisce che il popolo Petrina, dopo la conquista di Palermo nel 254 a.C., dopo la caccia ai Cartagini, cedette la città ai Romani. Cicerone considera Petra come la città che ha subito gli abusi di Verra. Petra è, tuttavia, quasi unanimemente identificata in un'area vicino a Petralia.

TRA ROMANI E BIZANTINI

La distruzione di Crastus è legata alle guerre servili. Furono i romani infatti, intorno al 105 a. C. che la demolì per il sostegno incondizionato dato dai suoi abitanti alla causa degli schiavi. La superstite popolazione di Crastus si disperse su tutto il territorio di Castronovese andando a costruire insediamenti sparsi a Regalxacca S. Pietro, Melia ecc ... Il nucleo più grande, pare, si rifugiò sul Monte Reale o rupe di San Vitale. La collina, pur presentandosi nelle dimensioni minori del Kassar, garantiva, per le sue caratteristiche e posizione strategica, l'inespugnabilità. In questo sito la popolazione trascorrerà più di cinque secoli al cui governo si alterneranno prima i Bizantini, poi gli Arabi ed infine i Normanni. La scoperta di strutture sacre e resti di forte sono testimonianza del passaggio del popolo bizantino. Si presume che la città del periodo bizantino occupasse il colle San Vitale e parte del monte kassar. Questa intuizione nasce da una lettera indirizzata dal capo della spedizione di conquista araba dei territori del fiume Platani, all'emiro Akdelhan Chbir che risiedeva a Palermo. La missiva racconta che i musulmani hanno attaccato la fortezza e distrutto l'intero castello. La lettera indica che gli abitanti erano 13716; si può dedurre che una popolazione così numerosa non poteva vivere solo sul colle di San Vitale, ma doveva occupare, necessariamente, anche gran parte del monte di Kassar. Le prove del passaggio bizantino sono: un epitaffio in latino del 570 .C. posto nella chiesa della Santissima Trinità, un fonte battesimale ad immersionem, in cui si dice sia stato battezzato San Vitale, la chiesa di rito greco di S. Maria dell'Udienza posta sul colle S. Vitale, di antica matrice , i resti delle mura della fortezza di Kassar, ed infine il monastero bizantino di Melia che esercitò una forte influenza religiosa e politica, non solo sul territorio castronovese, ma anche su quelli limitrofi.

I NORMANI E GLI ARABI Dall'11 novembre 839 al 29 ottobre 940 gran parte del territorio dei Monti Sicani fu conquistato dai musulmani, e quindi Crasto ebbe la stessa sorte. Sotto la dominazione araba furono eseguiti i primi lavori di bonifica, iniziarono le pratiche di irrigazione e furono introdotte nuove culture. L'antico nome "Crastus" divenne, per la trasposizione della lettera "r", Castrus e poi Kars-nubu per gli arabi, cioè "dai bellissimi dintorni, dai tanti redditi e produzioni del suolo, seminativo, posto tra piccoli torrenti ", fino a diventare Castrum per i Normanni. Agli arabi si dovette la costruzione di due casali il Rabat (Rabatello), adiacente ad una ricca sorgente d'acqua e il Rakal-biat, poi ribattezzato santa Maria della Bagnara, distrutto da una frana a metà del Settecento. All'epoca in cui i Normanni procedettero alla conquista della Sicilia, Kars-nubu era governata dal crudele emiro Abu-Becher, Beco. Giunse a un confronto con un mugnaio di nome Aymo de Milatio, il quale, non sopportando l'affronto, si accordò con i Normanni e durante la notte indicò loro un percorso segreto che consentiva loro di scendere, con funi, dalla montagna di Kassar all'interno del Fortezza araba. Ciò ha permesso la conquista della città senza alcun spargimento di sangue. Il conte Ruggero fortificò i luoghi conquistati costruendo una fortezza che dominava la città, accanto al castello preesistente, con il quale comunicava tramite una strada sotterranea. Sul colle di S. Vitale si erige una cappella dedicata a San Giorgio, la Chiesa del Giudice Giusto e molti altri monumenti. Dopo aver consolidato il potere, il conte Ruggero concesse la signoria della città al fedele Ruggero di Barnavilla, a cui successe il figlio Raynald, poi rimosso perché aveva partecipato alla rivolta dei baroni contro Guglielmo I.

DAL MEDIOEVO AD OGGI
Castronovo è stato un importante testimone di eventi importanti nella storia siciliana. Federico II d'Aragona, dopo aver battuto gli Angioini a Caccamo, Corleone e Sciacca, nel 1302 stabilì la sua sede nel castello di Castronovo, avviando le lunghe trattative che portarono alla pace di Caltabellotta. Finì così la guerra dei Vespri, iniziata a Palermo nel 1282. In seguito alla pace di Caltabellotta, il sovrano concesse la signoria di Castronovo al suo fedele vassallo Corrado d'Aurea.
Castronovo rimase alla famiglia Aurea fino al 1391, anno in cui fu investito della signoria di Manfredi Chiaramonte. Per iniziativa del nuovo signore, che aveva preso l'impegno di porre fine alla "guerra di baronaggio", e quindi alle discordie interne della Sicilia, a Castronovo, il 10 luglio 1391 nella Chiesa di S. Pietro, il sulle rive del Platani, fu convocato il parlamento del regno. Nella stessa seduta, i nobili siciliani decisero di non riconoscere Maritino come re di Sicilia, in quanto aver sposato Maria, figlia di Federico III d'Aragona, dopo averla rapita, non gli dava il diritto di recriminare il regno di Sicilia. Nonostante il solenne giuramento dei baroni siciliani, Martino divenne re di Sicilia, e questo fu motivo di discordia civile.
Il 10 luglio 1401 l'Università di Castronovo adottò un proprio statuto, sanzionato anche dal re Martino. Il documento ha portato all'introduzione dei principi del diritto amministrativo in un regolamento comunale, costituendo un progresso notevole e un riferimento significativo per altri statuti delle città siciliane e, allo stesso tempo, ha dimostrato la maturità e l'interesse di quella popolazione verso un'autonomia politica amministrativa. . Castronovo era una terra ambita dai più potenti baroni siciliani e per questo motivo, dal XV al XVII secolo fu costretta quattro volte a riconquistare il titolo di città demaniale per liberarsi dalla baroneria.
Nel frattempo, i villaggi di Rabato e Rakal-biat, che sorgevano ai piedi della rupe, si ingrandirono sempre più a causa del progressivo spostamento della popolazione dalla collina di S. Vitale, fino a che, all'inizio del XV secolo , le famiglie si trasferirono anche patrizi, tra cui la Curia Reale e il Segreto con il Clero. Successivamente furono costruite le mura e le mura di cinta sottostante la città, che dal Pizzo, attraverso la Porta Grande e la Porticella, raggiungevano le pendici del Picco della Specola e, lungo la strada del Pozzo, attraverso la Porta di Mezzo, collegavano alla base della rupe di S. Vitale, inglobando nella nuova cerchia il castello normanno. Il villaggio di Rakal-biat è rimasto fuori dalle mura, come luogo in cui, in epoca normanna, venivano relegati i trasgressori di reati minori.
Tra i tanti prestigiosi e riconoscimenti Castronovo vanta anche il titolo di "fedelissimo", conferito nel 1556 dall'imperatore Carlo V per l'audacia dei Castronovesi nel mantenere alto il prestigio della loro città, per la loro dignità e rispetto per i governanti. Per questo ed altri meriti, nel 1587, Castronovo divenne capitale della Comarca, sede dei Segreti e Preconservatori che, sotto la supervisione delle Corti del Regio Patrimonio, raccoglievano le donazioni, i canoni imposti e amministrava i beni dello Stato . Alla sua giurisdizione appartenevano undici terre baronali: Allessandria della Pietra (Rocca), Alia, Bivona, Cammarata, Campofranco, Casteltermini, Lercara Friddi, San Giovanni Gemini, Santo Stefano Quisquina, Valledolmo. Nel 1812 il parlamento siciliano provvide alla riforma e alla riorganizzazione dello Stato suddividendo la Sicilia in ventitré distretti e abolendo le "comarche".

Monumenti
CHIESA MADRE SS. TRINITÀ'

La Chiesa Madre fu edificata sul sito del Castello Normanno, fatto costruire nel 1901 dal Conte Ruggero e ampliato nel 1375 da Manfredi Chiaromonte, Conte di Castronovo. Utilizzato come presidio militare tra le due grandi città di Himera e Akragas, il castello sorgeva sull'ampia piattaforma naturale ai piedi del monte Kassar ed era circondato da un grande fossato, ora completamente riempito. Esaurita la sua funzione militare, il castello fu adattato e trasformato in chiesa aperta al culto il 30 ottobre 1388; il 3 maggio 1404 fu eretta a parrocchia e dedicata alla SS. Trinità, come riportano le iscrizioni in trave sul grande portone d'ingresso. Del vecchio maniero rimangono solo le due torri, una delle quali è stata trasformata in campanile, e che mostra ancora le colossali mura adibite a fortezza, e l'altra nell'attuale abside. La chiesa è ad un'unica grande navata, ha una pianta a croce latina con diverse cappelle ai lati. I muri perimetrali raggiungono, in alcuni punti, uno spessore di due metri. La costruzione della nuova matrice fu conseguenza dell'abbandono della vecchia Chiesa Madre della Madonna dell'Udienza che sorgeva sulla rupe di S. Vitale. Agli inizi del 1400, infatti, la maggioranza dei cittadini decise di trasferirsi nel luogo in cui sarebbe poi sorto l'attuale insediamento; la costruzione della Chiesa Madre accelerò la trasmigrazione delle famiglie più nobili, del corpo comunale e del Clero, è quindi da considerarsi de jure la continuazione della precedente Chiesa Madre. Intorno alla chiesa sorsero ben presto nuove costruzioni, le prime contrade presero i nomi di Pozzo (da un pozzo preesistente), Pagliarelli (da case improvvisate con tetti di paglia), Bagni (per le acque correnti che servivano le concerie). Come tutte le cose umane, anche la Chiesa Madre subì la vergogna del tempo e furono necessari i primi restauri nel XVII secolo, ma i vari rifacimenti e le varie aggiunte nei secoli successivi rimossero purtroppo dal magnifico tempio la sua originaria struttura di monumento gotico. -Norman. Le uniche caratteristiche originali conservate sui muri esterni sono due antiche finestre chiuse: una in stile gotico con arco a tutto sesto equilatero, l'altra una bifora in stile chiaramontano ma senza le colonne; il piccolo portale laterale, in composito stile greco-romano, in pietra colorata; il portale principale, in pietra lavorata, in stile romanico, rifatto nel XVIII secolo. In alto si trova lo stemma dell'antica collegiata greca, un bassorilievo in marmo raffigurante l'Agnello pasquale adagiato su un libro con sette sigilli. Un tempo semplice e povero di decorazioni, fu successivamente adornato con prezioso marmo giallo, prelevato dalle cave di Kassar utilizzate per gli altari e le balaustre e intarsiato dagli artisti locali Andrea e Stefano Geraci. Lo stesso marmo è stato utilizzato per le 98 colonne che adornano il maestoso portico della Reggia di Caserta. La chiesa è un grande scrigno pieno di opere d'arte. Gli stucchi raffiguranti l'Eterno Padre, i Santi Pietro e Paolo, San Giovanni e l'Addolorata, scene della Passione di Cristo, putti e motivi floreali sono opera dello stuccatore castronovese Antonio Messina. Gli intonaci sono stati realizzati da Andrea Sesta. La SS. Crocifisso, opera molto notevole di autore ignoto, le cui fonti risalgono al 1301. Nelle nicchie del presbiterio sono collocate le statue di San Simone Apostolo, opera di Marco Lo Cascio del XVI secolo, di Sant'Antonio Abate e San Francesco di Paola entrambi di autore ignoto e risalenti al XVII secolo, della Madonna della Candelora o del Soccorso, di Bartolomeo Berrettaro, risalenti al XV secolo. I lati del presbiterio sono interamente occupati dall'artistico Coro per la Collegiata, in legno di noce, opera settecentesca dell'intagliatore Antonio Giordano. Allo stesso artista si deve il pulpito-confessionale in legno di noce, alto 6 metri. Il pulpito sopra il confessionale è sormontato da un baldacchino a frange. Un'altra opera degna di nota è l'organo a canne realizzato da Raffaele Della Valle. Di notevole pregio è la cappella dell'Addolorata in legno di noce per la Madonna che pianse a Castronovo in casa Conti il ​​20 marzo 1931. Nella cappella, di fronte al portone laterale d'ingresso, si trova il prezioso fonte battesimale ad immersione in marmo istoriato, attribuito ad Antonello Gagini, arricchito da un ciborio quattrocentesco in marmo bianco di Carrara. Ad Antonello Gagini è anche attribuita la statua di S. Pietro in Cattedra, in marmo bianco di Carrara, precedentemente custodita nella Chiesa di S. Pietro. La Sagrestia è un ampio ambiente decorato con stucchi e tele, opera di Antonio Messina. Nel 1986 è stato restaurato per consentire l'allestimento del Museo Parrocchiale voluto dall'Arciprete Onorio Scaglione, al fine di valorizzare l'enorme patrimonio accumulato nei secoli. L'opera di maggior pregio è un gabinetto in avorio del 1300 di manifattura greco-bizantina. Proviene dall'antica Matrice S. Maria dell'Udienza, ma gli studiosi ritengono sia di origine profana. Le figure modellate illustrano chiaramente una scena romantica, e questo suggerisce che l'uso originale del mobile fosse per la toeletta di una grande dama rinascimentale. Solo nell'Ottocento passò tra gli arredi sacri, fu infatti utilizzato per la deposizione del santissimo sacramento il Giovedì Santo. Affissi alle pareti della Sagrestia si possono vedere i bassorilievi marmorei, opera di Antonio De Noto, del 1551. Le pareti sono adornate da numerosi dipinti, tra cui "Cristo ai flagelli" del XVII secolo, la "Madonna delle Fragole ", opera tardo barocca di autore ignoto.

CHIESA DI SAN VITALE
È dedicata al santo patrono, fu edificata nel XVII secolo sui resti della cappella reale che era annessa al castello fondato da Ruggero, il conte normanno che nel 1077 aveva assediato e conquistato la città. La chiesa presenta due bifore in stile gotico sulla facciata orientale, ed è ricca di stucchi di Antonio Messina. Nella chiesa si possono ammirare la statua lignea di San Vitale (del castronovese Antonio Giordano), una Madonnina con un bambino di marmo finissimo, un Cristo morente in croce su una tavola e un quadro del beato Elia, nipote di S. Vitale.

CHIESA DI SANTA CATERINA D'ALESSANDRIA
Con un dispaccio del Vice-Regio del 23 agosto 1523, un secolo dopo la consacrazione della Chiesa Madre, sul luogo dove prima c'era una piccola chiesa dedicata a Santo Stefano Protomartire, fu edificata la chiesa dedicata a Santa Caterina d'Alessandria . le sue decorazioni e la sua architettura romanico-corinzia, si colloca tra le chiese più belle di Castronovo. Più che con il suo vero nome, però, i Castronovesi la conoscono come la chiesa della Badia, per la presenza, fino alla fine dell'Ottocento, di un monastero di monache benedettine e della loro madre badessa. Oggi rimane poco dell'antico monastero. Il ritrovamento più importante, conservato in perfette condizioni, è il grandioso e pregevole gradino del coro o "cantoria", con parete in legno traforato e balaustra scolpita, opera di maestranze siciliane, e al centro del quale lo stemma cittadino spicca dipinto sul tavolo. La chiesa è a navata unica con abside semiscivolo e catino sferico. La semplicità dell'attuale facciata contrasta con la ricchezza cromatica degli interni dove spiccano gli stucchi policromi settecenteschi di Antonio Messina da Castronovese. L'altare maggiore fu realizzato da ignoto nel 700 con intarsi di marmi policromi, mentre il pavimento è in granito. Nell'Ottocento fu restaurato dall'intonacatore Calogero Sesta. Le tante opere d'arte presenti fanno di questa chiesa un vero gioiello, un favore da vedere e apprezzare. All'interno, infatti, i preziosi altari in marmo e agata, un ciborio ricavato da un monolite di agata, le tele dell'Addolorata, di S. Antonio Abate, di S. Benedetto, di S. Caterina, attribuite a Fra fedele di S. Biagio Platani (AG). L'opera d'arte più antica custodita nella chiesa è una statua lignea dipinta e dorata raffigurante l'Immacolata Concezione, datata 1698, degli artisti Francesco Ryna e Vincenzo Di Giovanni. Da segnalare anche un confessionale dell'inizio del XVIII secolo di autore ignoto. Attualmente vi si celebra la messa la domenica e nei giorni festivi obbligatori.

CHIESA DI SAN FRANCESCO
Le prime notizie di una cappella dedicata a San Francesco d'Assisi, a Castronovo, risalgono al 1346. Sorse sull'attuale sito dopo l'affondamento di una chiesa e di un convento dedicati a San Rocco di cui non rimane traccia. Su questa cappella fu successivamente edificata l'attuale chiesa. La sua costruzione fu decretata l'8 gennaio 1556, dedicandola però non a San Francesco ma a Sant'Antonio da Padova, per espressa volontà del Sig. Antonio Garagliano che aveva donato il terreno. Nel 1578 la chiesa fu ampliata da Francesco Capobianco con la costruzione di un convento, questa volta però dedicando tutto a San Francesco d'Assisi. Nel 1774, il rev. P. Giuseppe Noto dotò il campanile di un grande orologio e dotò la chiesa di un organo a canne. Nel 1868, a seguito dell'abolizione degli enti religiosi, i locali del convento furono adibiti a edificio comunale. La chiesa, a navata unica, senza transetto, completata da un'abside quadrata con copertura a volta a botte con lunette, poggiante su capitelli corinzi, è un piccolo museo d'arte. Diverse sono le opere che riempiono gli altari laterali (otto in tutto risalenti al 1780), che sono di marmo giallo ricavato dalle cave di Kassar: una bella statua lignea di San Francesco d'Assisi alta due metri realizzata dallo scultore Konrad Platz; le statue di S. Calogero, S. Giuseppe e dell'Immacolata Concezione, opera di Filippo Quattrocchi da Ganci (PA). Situata nel primo altare, entrando a sinistra dal portale cinquecentesco, si trova la statua di S. Eligio (S. Alò), della prima metà dell'Ottocento. A causa del gran numero di statue ivi conservate, la chiesa è stata soprannominata "Chiesa delle Statue". Di particolare interesse è l'Annunziata, gruppo scultoreo in legno di pioppo, salice e tiglio, realizzato nel 1580 da Marco Lo Cascio di Chiusa Sclafani. La bara processionale policroma è costituita da un piedistallo decorato con scene in rilievo raffiguranti episodi della vita della Madonna, agli angoli delle quali si trovano quattro colonne che sorreggono una cupola che racchiude il gruppo statuario della Madonna dell'Arcangelo Gabriele. Ogni anno, per la festa della SS. Crocifisso il 3 maggio, viene portato in processione per le vie del paese da un gruppo di circa 50 bambini. gli affreschi della volta sono opera del d

el Castronovese pittore Giuseppe Traina e risalgono al 1848.

CHIESA DEL CALVARIO
Fu edificato nel 1810 a seguito di una raccolta popolare sul terreno dove precedentemente sorgeva il monastero femminile di S. Antonio Abate, risalente al 1520. L'edificio ha una pianta circolare formata da una parte centrale con ai lati due piccole stanze della sacrestia. I lavori di costruzione hanno visto l'intervento di diversi artisti, come Andrea Sesta, Andrea Geraci e suo figlio Stefano, e ancora Giovanni Patti. Il tutto è circondato da una grata dei primi del '900. Sul Calvario, ogni anno il Venerdì Santo, si commemora la passione e la crocifissione di Gesù.

CHIESA DI SANTA ROSALIA
Negli anni 1624-25 la peste provocò numerose vittime in Sicilia, interessando anche Castronovo; 4000 erano i morti, quasi la metà degli abitanti. Subito dopo, per ricordare ai posteri questa calamità, fu costruita la chiesa, dedicata a Santa Rosalia. A decretarne la costruzione fu il Rev. Don Antonio Giallongo, Arciprete della Matrice, a dare esecuzione alla volontà dei genitori, che avevano espresso il voto di erigere una cappella o chiesa al Santo come ringraziamento per essere stato liberato dalla peste. Impreziosita da stucchi nel 1770 e restaurata nuovamente nel 1964, ospita una statua lignea di Santa Rosalia, opera artigianale di autore ignoto del XIX secolo.

CHIESA DI NOSTRA SIGNORA DEL ROSARIO
La chiesa fu costruita nel 1621, ma già nel 1770 il Rev. Don Giuseppe Alondres la fece restaurare dall'intonacatore castronovese Antonio Messina, allievo del Serpotta. Nel 1950 la Chiesa fu tagliata in due parti, di cui una demolita per far posto all'attuale Corso Umberto I. L'edificio è a navata unica con abside destra, la volta è in parte con tetto in legno e in parte con crociera, l'interno le decorazioni sono tutte in stucco bianco. All'esterno la chiesa manca della facciata originale; il portale proviene dalla demolizione della chiesa di S. Sebastiano. Sebbene piccolo e mutilato, al suo interno conserva pregevoli opere d'arte. L'abside ospita, oltre agli stucchi messinesi, un dipinto settecentesco olio su tela con l'effigie del proprietario della chiesa, opera di Vito d'Anna. Di recente ha conservato nell'abside l'affresco trecentesco, raffigurante il Giudice Giusto, staccato dall'omonima chiesa sul colle S. Vitale. Ma sicuramente l'opera di maggior pregio è il "varo" di San Giorgio, già protettore di Castronovo, un gruppo ligneo policromo di Marco e Silvio Lo Cascio da Chiusa Sclafani, che viene portato in processione il 3 maggio per la festa del SS. Crocifisso. Degni di interesse anche il Crocifisso ligneo (sec. XVIII) di autore ignoto e un'urna del Cristo morto, realizzati nel 1949 da Vito Butera da Castronovo. La messa mattutina nei giorni feriali è aperta al culto.

CHIESA DI SAN PIETRO
Il casale di S. Pietro, di epoca bizantina, si trova, con annessa chiesa, oggi sconsacrata, lungo le sponde del fiume Platani, a 5 km dal paese. La località, da vari storici, è indicata come l'antica stazione "Comiciana", situata sull'antica direttrice romana che collegava Agrigento a Palermo, nota come itinerario Antonino. Viene ricordato perché il 10 luglio 1391 Manfredi Chiaramonte, conte di Castronovo, che aveva preso un impegno con il legato di papa Bonifacio IX per porre fine alle discordie interne in Sicilia, vi convocò il Parlamento del Regno di Sicilia. In questa seduta i baroni convocati presero la decisione, poi non mantenuta, di non incoronare Martino re di Sicilia, in quanto l'aver sposato Maria, figlia di Federico III d'Aragona, non gli dava il diritto di rivendicare il regno di Sicilia. ... La storia è stata ripresa anche in una canzone popolare siciliana, raccolta da Vigo: A Castrunovu fifty baruna
di Lutti li ha paisi e citati
ecu arceri, ccu cavaddi e ecu piduna
juraru supra di li spati.
Po ', mannaru un curreri a la Curuna:
Semu cca, tutti pronti e ben armati
in sirvimentu della Sacra Curuna,
in difesa del tuo Maistati.
La chiesa rimase aperta al culto fino agli inizi del 1800, oggi è in rovina; al suo interno si trovava una statua di San Pietro in cattedra (attribuita a Domenico Gagini) oggi nella Chiesa Madre.

LA COLLINA DI SAN VITALE
Oltre ad un meraviglioso panorama che si perde di vista, è possibile ammirare i resti di un mulino a vento arabo e due castelli, di origine araba e normanna. Sempre sulla rupe si trovano la chiesa della Madonna dell'Udienza e la chiesa del Giudice Giusto. La prima, di origine greco-bizantina, è stata per secoli l'antica Matrix (XII secolo). Presenta una forma a croce greca ed è ritenuto il più antico di Castronovo. Le opere d'arte ivi assegnate furono trasferite alla Chiesa Madre della SS. Trinità. Dell'antica struttura si conservano l'abside, il coro con tre altari e il fonte battesimale greco. Con il titolo Chiesa del Giudice Giusto, un piccolo gioiello normanno, forse l'antica chiesa preesistente intitolata a San Giorgio dei Greci. Di origine bizantina, fu utilizzato come ospizio e Gangia dai monaci di Santo Stefano di Melia. A Manfredi Chiaramonte si deve il primo restauro nel 1375. Nelle absidi sono ancora presenti alcuni affreschi, mentre un "catino absidale" è stato trasferito nella chiesa della Madonna del Rosario.

CONVENTO DELLA CHIESA DEI CAPPUCCINI DI S. MARIA DELLA BAGNARA
La prima presenza documentata dei Cappuccini in Sicilia risale al 1533 e si registra a Castronovo. L'antico convento sorgeva in aperta campagna, a cinque chilometri dal paese. Il luogo era inclemente e poteva nuocere alla salute dei frati, tanto da indurli nel 1609 ad abbandonare la struttura religiosa. Il nuovo convento fu costruito nel 1610 in contrada Rakalbiat a seguito di una donazione del feudo di Gefalmuto da parte del benefattore Girolamo Bottoneri, dedicata a San Nicola di Bari. Il complesso religioso è stato fucina di molti frati che con le loro opere di santificazione hanno dato lustro al convento: tra questi ricordiamo S. Bernardo da Corleone. Un'altra figura religiosa che operò tra il 1920 e il 1950 fu quella di Fra Vitale Lino, benvoluto e amato da tutti per la sua gentilezza e amore per il prossimo, morto in odore di santità in una cappella adiacente al convento; il suo corpo è custodito in un mausoleo in marmo giallo di Castronovo. Oggi il convento, grazie all'intelligente e attiva apertura di Padre Federico, attuale custode, è stato trasformato in Oasi Francescana. La struttura ospita periodicamente gruppi di preghiera provenienti da varie parti della Sicilia. Il complesso religioso dispone di un parco giochi per bambini e di uno spazio adibito a eventi teatrali. La chiesa attigua è dedicata alla Madre Celeste “S. Maria la Bagnara ", è a navata unica con abside destra, priva di transetto ed ha pianta longitudinale. Tra le vane opere d'arte si ricordano un tabernacolo ligneo del XVII secolo con grandiosa croce attribuito a Fra Agostino Li Volsi, ea Fra Vincenzo Coppola da Trapani; un tabernacolo a tre piani riccamente decorato con intarsi, intagli con volute e motivi floreali e colonne tortili; una statua della Madonna della Bagnara di autore ignoto del XVII secolo, il cui culto era portato dai conquistatori normanni; un "lancio" processionale dell'Assunta realizzato da Michele Pace e Vito Butera, artigiani castronovesi, un dipinto, raffigurante Santa Rosalia, attribuito a Fra Fedele da San Biagio Platani e ancora altre tele di artisti locali.

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